Questa (non) è una fotografia

Ogni tanto mi piace utilizzare la piattaforma Facebook per lanciare provocazioni. L'ultima riguarda una "foto" completamente bianca, salvo per una cornice nera ad evitare che si confondesse del tutto con la pagina. E un proclama, forte, che si riassume così:

Questa foto è in vendita, ha una particolarità che capiranno solo le persone intelligenti, chi non la capisce è "popolo bue", voi la comprereste?

Le reazioni sono state --comprensibilmente-- perlopiù perplesse, scettiche. Ma che davvero davvero ci vuoi vendere il nulla, Burato? Ma sul serio pensi che siamo "popolo bue" se non ci torna?

No, certo che no. Avete ragione voi, il tutto è una supercazzola colossale, volta ad offrire diversi spunti di riflessione. 

Argumentum ab auctoritate

A scanso di equivoci: io non mi ritengo in alcun modo (e come potrei?) un'autorità in campo fotografico. Ma, di fatto, chi mi segue riconosce in me una certa padronanza dell'argomento e di solito si aspetta che io lo stimoli ad allargare la sua visione della Fotografia, magari proponendogli foto non facili, autori meno conosciuti, temi non banali.

Forse allora qualcuno tra i 10 lettori della mia provocazione si sarà detto: "oh, a me pare una bischerata unica, ma se lui la reputa non solo una foto, ma anche di un certo valore, può darsi che qualcosa mi sfugga".

Bene. Atteggiamento positivo, io stesso cerco di adottarlo quando posso. Stavolta però vi ho consegnato un Re nudo, qualcosa che sembra una sciocchezza perché È una sciocchezza. A che scopo?

L'obiettivo è sempre quello di ampliare la nostra apertura mentale, mettendo in discussione quella che io vi ho spacciato come verità, ma allo stesso tempo non etichettarla come bugia con troppa leggerezza. Guardatevi in giro, chiedete ad amici fotografi, cercate esempi illustri di foto simili e poi sbattetemi in faccia la vostra conclusione, argomentandola.

Perché se ora vi chiedessi: "mi spieghi perché questa non è fotografia?", sapreste rispondermi?

E invece è una Fotografia

(No non lo è ma seguitemi)

È una fotografia perché... è omeopatica. Ecco. È Fotografia omeopatica. Ve lo dimostro.

Martina
Diluizione! Memoria del pixel!

Diluizione! Memoria del pixel!

Omeopatia da manuale. Prendi il principio attivo, lo diluisci progressivamente, fino a che non ne rimane più traccia, e alla fine lo "imbottigli" in una cornicetta nera.

Abbiamo ottenuto una foto omeopatica. Che, --ve lo dico io che sono l'inventore dell'Omeopatia Fotografica-- conserva la memoria della foto originale. Davvero!

Vi ho convinto?

No?

Meno male, dai.

Quindi non è una fotografia

No. Perché manca di specificità del mezzo fotografico.

Non è una fotografia perché potrebbe non-essere qualunque altra cosa. Potrebbe non-essere un quadro. Non-essere un romanzo. Potrebbe non-essere un film, un'illustrazione digitale. Un videogioco.

Nulla in quest'area vuota ha come condizione necessaria la Fotografia e il suo linguaggio.

Se anche decidessimo di fare i furbi e stampassimo la nostra foto omeopatica su carta fotografica, rimarrebbe sempre una non-fotografia. Una totale mancanza di sintesi. Assenza di linguaggio.

Sapete cosa rimane di questa non-foto? Il contenitore. La cornicetta di pixel neri. Il barattolo vuoto del rimedio omeopatico. L'involucro senza il quale i pixel bianchi si confonderebbero con la pagina stessa, tornando nel brodo primordiale.

L'involucro, o sovrastruttura, è quella parte estranea, ridondante, che aggiungiamo alle nostre foto per sopperire a ciò che non siamo riusciti ad esprimere tramite il mezzo stesso. In questa iperbole, in questo gioco che abbiamo fatto, si può capire bene di cosa parliamo. Ma quando ci confrontiamo con fotografie "vere", dobbiamo imparare quanto di esse sia sottolineatura, didascalia, ripetizione di cliché o imitazione di cifre evidentemente estranee all'autore. E quanto Fotografia.

Perché alla fine, che un riquadro bianco non sia una fotografia è abbastanza triviale. Il difficile è rendersi conto che l'ennesimo paesaggino su regoletta dei terzi, l'asfissiante splendida ragazza in posa glamour, il solito vecchio con le rughe profonde e il bianco e nero sparato a palla, sono anche essi fotografia omeopatica. 

Puoi stamparla, comprare una cornice, gettare via la foto e tenere la cornice vuota.

Tant'è che vale più il contenitore del contenuto.

Risonanze - Francesca Piovesan

Nelle mie amicizie ci sono persone che hanno il dono della parola scritta. A volte capita che una mia foto faccia risuonare in loro qualcosa, e da qui nasca un racconto. Questo lo ha scritto Francesca Piovesan.

Pantone 101

Claudio aveva visto per la prima volta Vera in farmacia. Indossava un camice bianco, sopra una camicia azzurra di un paio di taglie più grandi e dei  jeans scoloriti. Non si ricordava di quella ragazza, non era una farmacista. Vera era quasi all’ingresso, dietro un mobile bianco che a soffiarlo via sarebbe bastato pochissimo. Sopra il mobile c’erano dei campioncini di crema, cinque tubetti di pochi centimetri disposti in una fila ordinata. Vera sorrideva a chi entrava e usciva, e proponeva l’idratante giusto per le tue mani. Mani screpolate, mani con i segni dell’età, mani innocenti, mani che il lavoro aveva trasformato in rocce, mani per tutti i giorni. Non si limitava a regalare la piccola dose quotidiana, Vera massaggiava le mani. “ Le faccio un piccolo massaggio, se vuole, così sentirà tutto il profumo della crema, e le sue mani saranno felici”. 

Le mani felici facevano sorridere tutti. Aveva sorriso anche la madre di Claudio, quando Vera le aveva proposto il massaggio, così lui adesso stava lì, dietro sua madre, a guardare questa ragazza massaggiare le mani di una sconosciuta. Vera si prendeva cura prima del dorso, poi del palmo, poi tirava leggermente tutte le dita, infine, con il pollice, esercitava una pressione su alcuni punti che liberavano sospiri trattenuti troppo a lungo. “Le consiglio questa signora, se vuole può comprare la confezione scontata del venticinque per cento, solo per oggi.” La madre di Claudio aveva sorriso, e Claudio pensò alla carezza che le mani di sua madre stavano trattenendo. Se le sarebbe contorte fino a casa, perché la conosceva abbastanza bene, e i gentili erano il suo punto debole. “Tu, vuoi provare?”.

Claudio era rimato a fissare Vera, dopo che sua madre si era allontanata per comprare i soliti farmaci, e “Sì”, le aveva risposto, “voglio provare”. Vera aveva aperto il tubetto della crema blu, Claudio aveva letto in velocità “maschile”, e poi si era ritrovato nella mani di lei, senza la possibilità di poter fare quel passo indietro.

“Hai mani morbide, che lavoro fai?”
“Sono un grafico pubblicitario.”
“Ah, quindi stai valutando il mio lavoro.”

Vera non lo guardava negli occhi, scrutava le pieghe delle sue mani. Aveva unghie leggermente arrotondate che stavano solcando ogni anno della vita che Claudio aveva trascorso su questa terra, e forse anche in un’altra.

“No, io disegno per la pubblicità, non valuto chi la promuove.”
“Non sono sicura, e comunque come ti sembra il volantino pubblicitario che hanno fatto per questa giornata? A me, piuttosto banale.”

Claudio aveva cercato quel volantino con una tale ansia che probabilmente Vera aveva sentito le dita contrarsi, poi lo aveva visto attaccato maldestramente con lo scotch sulla porta d’ingresso della farmacia: poche righe d’inchiostro blu che annunciavano la consulente di bellezza per le vostre mani. Tutto il giorno, dalle nove alle diciotto.

“Tu massaggi mani ininterrottamente dalle nove alle diciotto?” A Claudio era sembrata una violenza inaccettabile.

“No”, Vera lo aveva guardato negli occhi, “adesso ho un’ora di pausa pranzo. Bene, abbiamo finito, ti lascio i campioncini. Hai delle mani molto belle, non hai bisogno di cure particolari, cerca comunque di bere più acqua, hai la pelle un po’ disidratata.”

“Sì, sembra banale anche a me, avrebbero dovuto farlo scrivere a te. Cosa ne sanno loro della bellezza?”

Claudio, poi, era ritornato alle diciotto per dire a Vera che quella crema la voleva acquistare, a lui non sarebbero bastati i campioncini, e l’avrebbe acquistata pure a prezzo pieno. Vera si stava levando il camice, gli aveva detto ok, e aveva preso da un ripiano del mobiletto la scatola blu con scritto “maschile”. Poi erano usciti insieme dalla farmacia, c’era stato l’aperitivo, la cena, la passeggiata in centro, e Claudio che aveva accompagnato Vera all’auto. Vera si era alzata sulle punte dei piedi, e Claudio le aveva appoggiato una mano sul fianco destro, poi, mentre si baciavano, l’aveva stretta con entrambe le mani, perché lei si spingeva sempre più in alto, e lui aveva paura che sarebbe potuta volare via.

“Non hai freddo?”, le aveva chiesto.
“No, sto bene così, nuda. A te non piace vedermi nuda?”

Claudio le aveva lanciato addosso la culotte che era rimasta sul cuscino. Vera l’aveva schivata, e quel pezzo di cotone nero e pizzo era andato a infilarsi nell’armadio aperto, tra i vestiti di Claudio.

“Sei un disordinato”, gli aveva detto.
“E tu, sei una che fa collage, nuda, sul pavimento della mia camera da letto.”

Vera tagliava con le forbici piccoli pezzi di sole giallo. Claudio li aveva portati a casa dallo studio. “Mi servono dei pezzi chiari”, gli aveva detto, ” riesci a recuperare dei cataloghi di qualche grafico che fa pubblicità banali? Così non mi sento in colpa se taglio le sue opere.” Così Claudio era ritornato a casa una sera con tutti i cataloghi di pubblicità banale che negli anni aveva analizzato, e cercato di evitare. Al suo capo non servivano più , ormai era tutto salvato in quelle memorie esterne che un giorno avrebbero inghiottito anche lui e i suoi colleghi. Vera, quando li aveva visti il giorno dopo,  era corsa nello studio che ormai divideva con Claudio, aveva preso dal cassetto la sua scatola di latta, e aveva iniziato a tagliare con le forbici tutto quello che le poteva servire: occhi di donna, lettere giganti, il muso di un barboncino, coccodrilli che riposavano tranquilli su delle magliette rosa, foglie verdi che poi cercava di annusare, scoppiando a ridere perché Claudio le diceva che era una pazza, e che avrebbe ordinato le solite due pizze da far portare a casa.

Vera continuava il suo collage nella penombra di una domenica pomeriggio. Ormai era quasi fine Ottobre, ma lei non sentiva il freddo che preoccupava Claudio. Lei aveva sempre giocato così, fin da quando era bambina. Nuda, accovacciata su se stessa, rannicchiata, a volte stesa. Le piaceva sentire la pelle tirare, capire quale muscolo si stava allungando, farsi accarezzare dagli spifferi. I suoi genitori l’avevano lasciata fare, anche lo psicologo li aveva consigliati: “Ha bisogno di vivere il suo corpo, lasciatela fare, crescendo capirà dove e con chi spogliarsi”. E Vera lo aveva capito. Lo aveva capito crescendo, sbagliando, ritrovandosi.  Lo aveva capito dopo mesi, con lui, con Claudio, dopo mesi che non si era spogliata più per nessuno, dopo mesi che non aveva più riso così, con le dita piene di colla, i piedi che si appiccicavano al legno del pavimento, i capelli che le ricadevano sul seno. Rideva con il corpo, con tutto quello che prima aveva baciato e accarezzato Claudio. Rideva con l’odore di Claudio addosso, che si mescolava all’odore della carta di giornale,e al suo, di odore.

Claudio si era alzato dal letto, era davanti a lei. Si era chinato e le aveva tolto dei raggi di sole dalle dita dei piedi.

“Questi li conserviamo per domattina, ti fermi da me, vero?”
“Sì, so già che domattina avrò voglia di uova strapazzate.”

Chiara, "Quello che il tempo ha aggiunto"

Chiamare amici che magari non vedevi da 20 anni e chiedere loro se vogliono essere ritratti.

Utilizzare per tutti la stessa luce, un ring, e un punto di ripresa il più possibile omogeneo. Concentrarsi sui volti dei soggetti. Rimuovere ogni elemento superfluo.

Ritrarre quello che rimane, “quello che il tempo ha aggiunto”, appunto.

Chiara, dopo 20 anni. Marzo 2017. ©2017 Alessandro Burato, non riprodurre senza autorizzazione.

Chiara, dopo 20 anni. Marzo 2017.
©2017 Alessandro Burato, non riprodurre senza autorizzazione.

Con Chiara ci eravamo davvero persi di vista. Ricordavo una bella ventenne, ritrovo una mia coetanea davvero... Solida, penetrante. Una bellezza indiscutibile, fatta di angoli a volte sfuggenti.

Meglio non so spiegarmi, ma del resto è la foto che deve raccontare.

Claudia, "quello che il tempo ha aggiunto"

Chiamare amici che magari non vedevi da 20 anni e chiedere loro se vogliono essere ritratti.

Utilizzare per tutti la stessa luce, un ring, e un punto di ripresa il più possibile omogeneo. Concentrarsi sui volti dei soggetti. Rimuovere ogni elemento superfluo.

Ritrarre quello che rimane, “quello che il tempo ha aggiunto”, appunto.

Claudia, dopo 20 anni. Novembre 2016. ©2016 Alessandro Burato, non riprodurre senza autorizzazione.

Claudia, dopo 20 anni. Novembre 2016.
©2016 Alessandro Burato, non riprodurre senza autorizzazione.

Claudia è un bel ricordo dei miei  20 anni, o giù di lì. Rossa, altissima, sempre sorridente. Non ci frequentavamo attivamente, ma ogni tanto ci incrociavamo per via di amici in comune.

Claudia è elegante, serena. Essenziale, direi. Il tempo la ha cesellata, pare aver tolto quel poco di "superfluo" che c'era. Un rubino, levigato e affilato come una lama.

Questa l'impressione che mi ha lasciato.

In nome dei padri

Una delle cose più intelligenti che ho fatto quest'anno è stata conoscere Ivano Porpora.

Lui scrive cose potentissime, come questa:

"Pochi giorni fa, in una presentazione del mio romanzo, ho pensato e non detto questo: che non sai cosa sia l’eredità che ti arriva, perché t’arriva da dietro come il testimone d’una staffetta. Spesso ti guardi allo specchio come ti guardavano da bambino e ti chiedi se hai lo sguardo (quello sguardo…), o il naso, o la conformazione del cranio o della mascella, le spalle, che.
Io di mio padre ho ben poco. Sono venti centimetri più alto di lui, non ho lo stesso corpo, non ho le stesse mani né le stesse dita. Ma – ecco quello che avrei detto – l’unica cosa che ho potuto fare, di fronte a questa constatazione, è stato prendere i suoi vestiti più larghi e provarmeli, così come lui è stato sepolto con una mia cravatta.
Ci siamo scambiati un’eredità."
Lettera su mio padre, © Ivano Porpora

Ivano si esprime con le parole, io con la Fotografia, quando mi riesce, non sempre. Questo è uno di quei "non sempre", non trovo una mia foto che accompagni degnamente quanto ha scritto l'omone.

Allora prendo in prestito, con permesso, una delle foto più devastanti e intense che abbia mai visto, il ritratto che Efrem Raimondi fece di suo padre. E uno stralcio di sue parole, ché è sì un fotografo, ma usa benissimo anche quelle:

Luigi Raimondi, Ottobre 1995.  © Efrem Raimondi

Luigi Raimondi, Ottobre 1995.  © Efrem Raimondi

"Fotografare è sputare l’anima. E quando la sputi te ne accorgi. Non hai bisogno di nessuna conferma. Non servono pacche sulla spalla.
Ciò che si racconta è il presente. La matrice espressiva risiede nella nostra memoria, senza la quale rimbalzeremmo muti e frenetici.
Questo ritratto a mio padre, Luigi Raimondi, è stato fatto sull’urgenza del tempo. Quello che non avrei più avuto da condividere con lui. Si rimanda si rimanda si rimanda… poi ti dicono che tuo padre sta morendo. E non l’hai mai ritratto.
Questa è l’urgenza per un fotografo, o per chiunque usi il linguaggio come dinamica dell’io. Quello interiore e che non sai neanche bene dov’è ficcato. Né cosa lo spinga a imporsi con prepotenza. E la memoria ti serve per dargli una forma. Questo almeno vale per me.
Il ritratto più sofferto della mia vita… in banco ottico, col telo a nascondere il mio sguardo allucinato. Un camuffamento momentaneo visto che poi il risultato è questo."
In nome del padre, © Efrem Raimondi.

Da una parte uno scrittore, dall'altra un fotografo. Per entrambi un'urgenza, un obbligo, raccontarsi, parlare di sé. Lo stesso meraviglioso risultato finale, coincidere con la propria Scrittura e con la propria Fotografia.

Quello che differenzia l'autore dal manovale.

. . .

(I contenuti sono proprietà mia, di Ivano Porpora e di Efrem Raimondi, non riprodurre senza autorizzazione esplicita.)

Laura, "quello che il tempo ha aggiunto"

Chiamare amici che magari non vedevi da 20 anni e chiedere loro se vogliono essere ritratti.

Utilizzare per tutti la stessa luce, un ring, e un punto di ripresa il più possibile omogeneo. Concentrarsi sui volti dei soggetti. Rimuovere ogni elemento superfluo.

Ritrarre quello che rimane, “quello che il tempo ha aggiunto”, appunto.

Laura, vecchia amica, rifornitrice di alcolici e fonte di turbe adolescenziali. Novembre 2016.  ©2016 Alessandro Burato, non riprodurre senza autorizzazione.

Laura, vecchia amica, rifornitrice di alcolici e fonte di turbe adolescenziali. Novembre 2016. 
©2016 Alessandro Burato, non riprodurre senza autorizzazione.

Avevo intorno ai 20 anni, Laura era la barista di un noto locale Follonichese. Più grande di me, decisamente bona, decisamente di carattere.

L'ho ritrovata nel 2010 al mio primo matrimonio "ufficiale", fotografai lei e il figlio piccolo, mentre lo stava allattando. Una bella foto, nonostante la mia inesperienza. Ci siamo poi tenuti in contatto tramite i soliti Social.

Di questi anni mi rivela episodi potenti, drammatici, roba che ti commuovi mentre te li racconta. Poi però tornano prepotenti la sua forza, il suo humour, la sua sensualità, e mi rendo conto che nel bene e nel male il tempo ha aggiunto, eccome se ha aggiunto, ma il materiale di base era da subito eccellente.

E allora [clic].

Roberta, "quello che il tempo ha aggiunto"

Chiamare amici che magari non vedevi da 20 anni e chiedere loro se vogliono essere ritratti.

Utilizzare per tutti la stessa luce, un ring, e un punto di ripresa il più possibile omogeneo. Concentrarsi sui volti dei soggetti. Rimuovere ogni elemento superfluo.

Ritrarre quello che rimane, “quello che il tempo ha aggiunto”, appunto.

Roberta, compagna di Liceo. Ottobre 2016.  ©2016 Alessandro Burato, non riprodurre senza autorizzazione.

Roberta, compagna di Liceo. Ottobre 2016. 
©2016 Alessandro Burato, non riprodurre senza autorizzazione.

A Roberta il tempo ha regalato profondità. E allo stesso tempo la capacità di tornare in superficie con velocità e leggerezza.

Ama le immersioni in apnea, non a caso.

Laura, "quello che il tempo ha aggiunto"

Chiamare amici che magari non vedevi da 20 anni e chiedere loro se vogliono essere ritratti.

Utilizzare per tutti la stessa luce, un ring, e un punto di ripresa il più possibile omogeneo. Concentrarsi sui volti dei soggetti. Rimuovere ogni elemento superfluo.

Ritrarre quello che rimane, “quello che il tempo ha aggiunto”, appunto.

Laura, ex compagna di Liceo. Follonica, Ottobre 2016. ©2016 Alessandro Burato, non riprodurre senza autorizzazione.

Laura, ex compagna di Liceo. Follonica, Ottobre 2016.
©2016 Alessandro Burato, non riprodurre senza autorizzazione.

Eravamo tutti innamorati di Laura, al Liceo. Per un motivo ben evidente. Il tempo non ha modificato quel sorriso meraviglioso, ma ha aggiunto una mappa affascinante di rughe di espressione che ben risaltano sul volto abbronzato.

Laura, ex compagna di Liceo. Follonica, Ottobre 2016. ©2016 Alessandro Burato, non riprodurre senza autorizzazione.

Laura, ex compagna di Liceo. Follonica, Ottobre 2016.
©2016 Alessandro Burato, non riprodurre senza autorizzazione.

Marco e Maddalena, "quello che il tempo ha aggiunto"

Chiamare amici che magari non vedevi da 20 anni e chiedere loro se vogliono essere ritratti.

Utilizzare per tutti la stessa luce, un ring, e un punto di ripresa il più possibile omogeneo. Concentrarsi sui volti dei soggetti. Rimuovere ogni elemento superfluo.

Ritrarre quello che rimane, “quello che il tempo ha aggiunto”, appunto.

Iniziamo con loro, Marco e Maddalena.

Marco, compagno di Liceo e Università. Agosto 2016.  ©2016 Alessandro Burato, non riprodurre senza autorizzazione.

Marco, compagno di Liceo e Università. Agosto 2016. 
©2016 Alessandro Burato, non riprodurre senza autorizzazione.

Con Marco ho condiviso una bella fetta di vita: il Liceo, esami compresi, che abbiamo preparato assieme, e il primo anno di università: vivevamo nell'appartamento di una sua zia.

Maddalena, amica di Università. Agosto 2016.  ©2016 Alessandro Burato, non riprodurre senza autorizzazione.

Maddalena, amica di Università. Agosto 2016. 
©2016 Alessandro Burato, non riprodurre senza autorizzazione.

È appunto all'università che Marco ha conosciuto Maddalena, ed è così che io l'ho conosciuta.

©2016 Alessandro Burato, non riprodurre senza autorizzazione.

©2016 Alessandro Burato, non riprodurre senza autorizzazione.

©2016 Alessandro Burato, non riprodurre senza autorizzazione.

©2016 Alessandro Burato, non riprodurre senza autorizzazione.

Il tempo ha aggiunto le solite rughe, i soliti peli bianchi, qualche neo. Però ha aggiunto anche queste due meravigliose creature qua, i loro figli.