In nome dei padri

Una delle cose più intelligenti che ho fatto quest'anno è stata conoscere Ivano Porpora.

Lui scrive cose potentissime, come questa:

"Pochi giorni fa, in una presentazione del mio romanzo, ho pensato e non detto questo: che non sai cosa sia l’eredità che ti arriva, perché t’arriva da dietro come il testimone d’una staffetta. Spesso ti guardi allo specchio come ti guardavano da bambino e ti chiedi se hai lo sguardo (quello sguardo…), o il naso, o la conformazione del cranio o della mascella, le spalle, che.
Io di mio padre ho ben poco. Sono venti centimetri più alto di lui, non ho lo stesso corpo, non ho le stesse mani né le stesse dita. Ma – ecco quello che avrei detto – l’unica cosa che ho potuto fare, di fronte a questa constatazione, è stato prendere i suoi vestiti più larghi e provarmeli, così come lui è stato sepolto con una mia cravatta.
Ci siamo scambiati un’eredità."
Lettera su mio padre, © Ivano Porpora

Ivano si esprime con le parole, io con la Fotografia, quando mi riesce, non sempre. Questo è uno di quei "non sempre", non trovo una mia foto che accompagni degnamente quanto ha scritto l'omone.

Allora prendo in prestito, con permesso, una delle foto più devastanti e intense che abbia mai visto, il ritratto che Efrem Raimondi fece di suo padre. E uno stralcio di sue parole, ché è sì un fotografo, ma usa benissimo anche quelle:

Luigi Raimondi, Ottobre 1995.  © Efrem Raimondi

Luigi Raimondi, Ottobre 1995.  © Efrem Raimondi

"Fotografare è sputare l’anima. E quando la sputi te ne accorgi. Non hai bisogno di nessuna conferma. Non servono pacche sulla spalla.
Ciò che si racconta è il presente. La matrice espressiva risiede nella nostra memoria, senza la quale rimbalzeremmo muti e frenetici.
Questo ritratto a mio padre, Luigi Raimondi, è stato fatto sull’urgenza del tempo. Quello che non avrei più avuto da condividere con lui. Si rimanda si rimanda si rimanda… poi ti dicono che tuo padre sta morendo. E non l’hai mai ritratto.
Questa è l’urgenza per un fotografo, o per chiunque usi il linguaggio come dinamica dell’io. Quello interiore e che non sai neanche bene dov’è ficcato. Né cosa lo spinga a imporsi con prepotenza. E la memoria ti serve per dargli una forma. Questo almeno vale per me.
Il ritratto più sofferto della mia vita… in banco ottico, col telo a nascondere il mio sguardo allucinato. Un camuffamento momentaneo visto che poi il risultato è questo."
In nome del padre, © Efrem Raimondi.

Da una parte uno scrittore, dall'altra un fotografo. Per entrambi un'urgenza, un obbligo, raccontarsi, parlare di sé. Lo stesso meraviglioso risultato finale, coincidere con la propria Scrittura e con la propria Fotografia.

Quello che differenzia l'autore dal manovale.

. . .

(I contenuti sono proprietà mia, di Ivano Porpora e di Efrem Raimondi, non riprodurre senza autorizzazione esplicita.)