Risonanze - Francesca Piovesan

Nelle mie amicizie ci sono persone che hanno il dono della parola scritta. A volte capita che una mia foto faccia risuonare in loro qualcosa, e da qui nasca un racconto. Questo lo ha scritto Francesca Piovesan.

Pantone 101

Claudio aveva visto per la prima volta Vera in farmacia. Indossava un camice bianco, sopra una camicia azzurra di un paio di taglie più grandi e dei  jeans scoloriti. Non si ricordava di quella ragazza, non era una farmacista. Vera era quasi all’ingresso, dietro un mobile bianco che a soffiarlo via sarebbe bastato pochissimo. Sopra il mobile c’erano dei campioncini di crema, cinque tubetti di pochi centimetri disposti in una fila ordinata. Vera sorrideva a chi entrava e usciva, e proponeva l’idratante giusto per le tue mani. Mani screpolate, mani con i segni dell’età, mani innocenti, mani che il lavoro aveva trasformato in rocce, mani per tutti i giorni. Non si limitava a regalare la piccola dose quotidiana, Vera massaggiava le mani. “ Le faccio un piccolo massaggio, se vuole, così sentirà tutto il profumo della crema, e le sue mani saranno felici”. 

Le mani felici facevano sorridere tutti. Aveva sorriso anche la madre di Claudio, quando Vera le aveva proposto il massaggio, così lui adesso stava lì, dietro sua madre, a guardare questa ragazza massaggiare le mani di una sconosciuta. Vera si prendeva cura prima del dorso, poi del palmo, poi tirava leggermente tutte le dita, infine, con il pollice, esercitava una pressione su alcuni punti che liberavano sospiri trattenuti troppo a lungo. “Le consiglio questa signora, se vuole può comprare la confezione scontata del venticinque per cento, solo per oggi.” La madre di Claudio aveva sorriso, e Claudio pensò alla carezza che le mani di sua madre stavano trattenendo. Se le sarebbe contorte fino a casa, perché la conosceva abbastanza bene, e i gentili erano il suo punto debole. “Tu, vuoi provare?”.

Claudio era rimato a fissare Vera, dopo che sua madre si era allontanata per comprare i soliti farmaci, e “Sì”, le aveva risposto, “voglio provare”. Vera aveva aperto il tubetto della crema blu, Claudio aveva letto in velocità “maschile”, e poi si era ritrovato nella mani di lei, senza la possibilità di poter fare quel passo indietro.

“Hai mani morbide, che lavoro fai?”
“Sono un grafico pubblicitario.”
“Ah, quindi stai valutando il mio lavoro.”

Vera non lo guardava negli occhi, scrutava le pieghe delle sue mani. Aveva unghie leggermente arrotondate che stavano solcando ogni anno della vita che Claudio aveva trascorso su questa terra, e forse anche in un’altra.

“No, io disegno per la pubblicità, non valuto chi la promuove.”
“Non sono sicura, e comunque come ti sembra il volantino pubblicitario che hanno fatto per questa giornata? A me, piuttosto banale.”

Claudio aveva cercato quel volantino con una tale ansia che probabilmente Vera aveva sentito le dita contrarsi, poi lo aveva visto attaccato maldestramente con lo scotch sulla porta d’ingresso della farmacia: poche righe d’inchiostro blu che annunciavano la consulente di bellezza per le vostre mani. Tutto il giorno, dalle nove alle diciotto.

“Tu massaggi mani ininterrottamente dalle nove alle diciotto?” A Claudio era sembrata una violenza inaccettabile.

“No”, Vera lo aveva guardato negli occhi, “adesso ho un’ora di pausa pranzo. Bene, abbiamo finito, ti lascio i campioncini. Hai delle mani molto belle, non hai bisogno di cure particolari, cerca comunque di bere più acqua, hai la pelle un po’ disidratata.”

“Sì, sembra banale anche a me, avrebbero dovuto farlo scrivere a te. Cosa ne sanno loro della bellezza?”

Claudio, poi, era ritornato alle diciotto per dire a Vera che quella crema la voleva acquistare, a lui non sarebbero bastati i campioncini, e l’avrebbe acquistata pure a prezzo pieno. Vera si stava levando il camice, gli aveva detto ok, e aveva preso da un ripiano del mobiletto la scatola blu con scritto “maschile”. Poi erano usciti insieme dalla farmacia, c’era stato l’aperitivo, la cena, la passeggiata in centro, e Claudio che aveva accompagnato Vera all’auto. Vera si era alzata sulle punte dei piedi, e Claudio le aveva appoggiato una mano sul fianco destro, poi, mentre si baciavano, l’aveva stretta con entrambe le mani, perché lei si spingeva sempre più in alto, e lui aveva paura che sarebbe potuta volare via.

“Non hai freddo?”, le aveva chiesto.
“No, sto bene così, nuda. A te non piace vedermi nuda?”

Claudio le aveva lanciato addosso la culotte che era rimasta sul cuscino. Vera l’aveva schivata, e quel pezzo di cotone nero e pizzo era andato a infilarsi nell’armadio aperto, tra i vestiti di Claudio.

“Sei un disordinato”, gli aveva detto.
“E tu, sei una che fa collage, nuda, sul pavimento della mia camera da letto.”

Vera tagliava con le forbici piccoli pezzi di sole giallo. Claudio li aveva portati a casa dallo studio. “Mi servono dei pezzi chiari”, gli aveva detto, ” riesci a recuperare dei cataloghi di qualche grafico che fa pubblicità banali? Così non mi sento in colpa se taglio le sue opere.” Così Claudio era ritornato a casa una sera con tutti i cataloghi di pubblicità banale che negli anni aveva analizzato, e cercato di evitare. Al suo capo non servivano più , ormai era tutto salvato in quelle memorie esterne che un giorno avrebbero inghiottito anche lui e i suoi colleghi. Vera, quando li aveva visti il giorno dopo,  era corsa nello studio che ormai divideva con Claudio, aveva preso dal cassetto la sua scatola di latta, e aveva iniziato a tagliare con le forbici tutto quello che le poteva servire: occhi di donna, lettere giganti, il muso di un barboncino, coccodrilli che riposavano tranquilli su delle magliette rosa, foglie verdi che poi cercava di annusare, scoppiando a ridere perché Claudio le diceva che era una pazza, e che avrebbe ordinato le solite due pizze da far portare a casa.

Vera continuava il suo collage nella penombra di una domenica pomeriggio. Ormai era quasi fine Ottobre, ma lei non sentiva il freddo che preoccupava Claudio. Lei aveva sempre giocato così, fin da quando era bambina. Nuda, accovacciata su se stessa, rannicchiata, a volte stesa. Le piaceva sentire la pelle tirare, capire quale muscolo si stava allungando, farsi accarezzare dagli spifferi. I suoi genitori l’avevano lasciata fare, anche lo psicologo li aveva consigliati: “Ha bisogno di vivere il suo corpo, lasciatela fare, crescendo capirà dove e con chi spogliarsi”. E Vera lo aveva capito. Lo aveva capito crescendo, sbagliando, ritrovandosi.  Lo aveva capito dopo mesi, con lui, con Claudio, dopo mesi che non si era spogliata più per nessuno, dopo mesi che non aveva più riso così, con le dita piene di colla, i piedi che si appiccicavano al legno del pavimento, i capelli che le ricadevano sul seno. Rideva con il corpo, con tutto quello che prima aveva baciato e accarezzato Claudio. Rideva con l’odore di Claudio addosso, che si mescolava all’odore della carta di giornale,e al suo, di odore.

Claudio si era alzato dal letto, era davanti a lei. Si era chinato e le aveva tolto dei raggi di sole dalle dita dei piedi.

“Questi li conserviamo per domattina, ti fermi da me, vero?”
“Sì, so già che domattina avrò voglia di uova strapazzate.”